L’immaginazione eccentrica

Si può affermare che le due passioni di Marcelo siano le armi ed Elvira o, per meglio dire, Elvira e le armi. Le pareti della casa nella vecchia residenza ne sono ricoperte, armi provenienti da epoche e luoghi diversi. Spagna, Francia, Olanda… fucili, archibugi, pistole… addirittura daghe dalle impugnature brunite o con pietre incastonate (brillanti lunari di luce). Formano un insieme, una totalità che, come direbbe un vecchio scrittore, “è più di una struttura di metallo”. (…)

La casa di Marcelo si trova incastrata nelle vicinanze del Paseo Colón, in una via un tempo tranquilla e alberata di San José. Oggi il quartiere è stato monopolizzato da ricchi ebrei. Basta però superare qualche isolato, attraversare il grande viale trafficato, per ritrovarsi in un’altra zona dove abitano i discendenti dei libanesi: i “turchi”, gli “arabi”, come dice lui. Ovviamente, ricchi anche loro.

Appena separati dal Paseo Colón, ebrei, figli o nipoti di polacchi erranti, e cattolici di ascendenza libanese convivono in un’area sempre più pressata dal delirio urbano della capitale. Alla fine del Paseo, la statua di un ex presidente autoritario, leonino e cortese, sembra voler separare, con il dito puntato, le due comunità.

Le distinzioni che Marcelo stabilisce tra i suoi vicini sono puramente nominali. Non gli importa nulla della provenienza e del credo, forse per il fatto di essere stato lui stesso per molto tempo uno straniero (ha vissuto per quasi quindici anni a Parigi). Sebbene non si facciano visita di frequente, mantiene buoni rapporti con alcuni vicini. Eppure è solo, come lo era a Parigi. Quella era solitudine da soli. Ora, è solitudine in compagnia (a volte).

Nonostante la maggior parte dei vecchi residenti del quartiere non ci sia più (per migrazione o per decesso), lui si ostina a rimanere nell’antica casa, enorme e misteriosa, che ha ereditato dai genitori.

Due gelsomini sinuosi e serpeggianti crescono nel giardino di fronte all’abitazione. Una volta aperto il portone in ferro battuto, ecco un oscuro e profumato tunnel di gelsomini. Con il passare degli anni, sviluppandosi per alcuni metri, gli arbusti si sono uniti, hanno intrecciato i rami e formato quel passaggio che un giardiniere, con forbici e mestiere, ha perfezionato tanto abilmente. Alla fine del corridoio vegetale, la porta di legno brilla lucente. (…)

Vicino al mercato principale, Marcelo compra dei fiori per Elvira. Calle, rose, garofani, gladioli: la scelta dipende dalla stagione. Elvira è nella casa da molto tempo, quanto lui, forse di più. Quando Marcelo tornò dall’Europa, dopo avere vissuto molti anni nell’appartamento bianco e ascetico di Saint Louis-en-L’Ile, lei c’era già. Aveva saputo della sua esistenza e il suo nome da una lettera della madre, la quale, avendo cominciato a cucire per passatempo, l’aveva presa in casa per farsi aiutare. I primi tempi, Marcelo era turbato dalla presenza di Elvira. Il corpo slanciato, le dita lunghe e sottili, la bocca piccola e rossa. Con la scusa di interessarsi al lavoro della madre, trascorreva ore in compagnia di Elvira. Era il periodo in cui aveva cominciato ad ampliare la ridotta collezione di armi di suo padre, ormai defunto. Mentre Elvira sorreggeva nella mano elegante qualche merletto o taffettà e la madre, seduta nella sua enorme poltrona, ricamava lentamente, Marcelo puliva, con identico fervore, il corpo di qualche pistola delle Fiandre o veneziana. Certe sere il rumore ritmato della macchina da cucire si mescolava, furtivo, al luccichio che le armi emanavano dalle pareti o dai mobili lustri dai vetri smerigliati.

In capo a due anni la madre morì e Marcelo ed Elvira rimasero soli. Senza bisogno di parole, fu scontato che lei sarebbe rimasta in quella casa. Il turbamento che all’inizio Elvira provocava nell’uomo poco a poco andò assumendo la fluidità di un sentimento caldo.

 

Da Elvira, di José Ricardo Chaves. Racconto contenuto nell’antologia L’immaginazione eccentrica edito ne I Trasversali

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